Realtà oggettiva

Aprì gli occhi ed era già giorno, quella non era la sua camera da letto.
Si stropicciò gli occhi e… e no, quella era proprio la sua camera da letto.
Aveva ancora mal di testa, si lasciò scivolare sul fianco sinistro tirando a se le coperte, qualcosa le tratteneva, si sollevò contro voglia… nell’altra metà del letto giaceva un uomo apparentemente senza vita.

In un attimo fu in piedi contro la parete, così schiacciata che se solo avesse potuto ci si sarebbe sprofondata. Strisciò rasente al muro fino a raggiungere la porta, un brivido le corse lungo la schiena.

Attraversò il bilocale in pochi passi, il suo viso passò come un ombra nello specchio del bagno, il rumore dell’acqua nel lavandino, shaff…, goccioline di acqua gelida le scivolarono lungo il collo, appoggiò i gomiti sul bordo del lavandino, lasciò per qualche istante i polsi sotto lo scroscio d’acqua e chiuse gli occhi.

Nella testa si ripeteva quella scena… il silenzio, la luce soffusa, le coperte e quel viso, come in un continuo flash, quel viso… un ragazzo giovane, avrà avuto più o meno la sua etá, i capelli folti e neri che lo facevano apparire ancor più bianco, così neri da sembrare finti.

Lei aveva avuto un gatto dello stesso colore, un meraviglioso gatto nero, dagli occhi verdi… Tamara sollevò la testa, e si guardò nello specchio: “mi mancava giusto di iniziare a sognare persone morte! maledizione a me e a quando ho ordinato il terzo cuba, odio gli aerei e il mio capo… che bisogno c’era di fare la convention a Londra, cosí mi toccherà pure di ritornarci”. Si mise dritta davanti allo specchio, scosse la testa e alzò la mano destra: “giuro che non mischierò mai più tranquillanti e alcool!”. Abbassò lo sguardo… “almeno fino al prossimo viaggio”. Girò la manopola del rubinetto, e nel silenzio, ritornò in camera.

Il cadavere era ancora lì, nel suo completo grigio scuro, una cravatta bordeaux leggermente allargata, la camicia bianca infilata nei pantaloni chiusi da una cintura in pelle nera con la fibbia argentata e delle meravigliose scarpe di vernice nera… uno sconosciuto, vestito di tutto punto, pronto per una serata importante.

Non poteva essere vero, voleva svegliarsi, doveva svegliarsi! Chiuse di nuovo gli occhi, buio e vuoto, si obbligò a respirare profondamente, sentiva il battito del suo cuore rallentare, il rumore del traffico di sottofondo che era ormai da 4 anni la sua colonna sonora, da quando si era trasferita in città. Una ragazzina con una valigia troppo grossa, la gabbietta per il gatto e uno zaino distrutto dal tempo.

Lentamente la luce si apriva un varco nel suo passato, tirandola nel presente.

Mise a fuoco le valige del suo ultimo viaggio ancora chiuse appoggiate sul pavimento vicino al letto, poi il groviglio di lenzuola… e poi lui, di nuovo… un incubo che non voleva finire!

Tamara si lasciò scivolare ai piedi del letto, trattenendo le ginocchia con il braccio sinistro, premeva l’indice e il medio della mano destra sul collo dell’uomo… nessun battito, appoggiò l’orecchio sul petto, silenzio… era veramente morto.

Lasciò scorrere le dita sul suo viso, la pelle liscia, rasata da poco, le labbra sottili ormai spente… aveva una bizzarra espressione di sollievo.

Un suono acuto e vibrante la scosse dai suoi pensieri, scattò in piedi e corse nell’altra stanza, un bip fece partire la segreteria telefonica: “Ciao tamy, sono io!” era la gio, solo lei la chiamava così “questa sera tu e Andrea a cena da me! mi raccomando, puntuali alle otto, rivincita a Scarabeo… vi distruggiamo!”.

Tamara girò su se stessa, inciampò nel tappeto, sbattè contro la parete e prese la porta fermandosi al bordo del letto allungando un braccio verso il giovane.

Rimase immobile per una frazione di secondo, poi infilò la mano nella giacca dell’uomo, vuota, l’altra anche, rimanevano solo le tasche dei pantaloni, provò a raggiungerle, riusciva a toccarle, sentiva con la punta delle dita che erano chiuse da un bottone… avrebbe dovuto girarlo… iniziò a spingerlo, ma era troppo pesante.

Ferma sulla sua piastrella si guardava attorno, cercando qualcosa… continuava a far vagare i suoi occhi per la stanza e la sua testa sembrava non volerla aiutare, nessun oggetto rispondeva alla domanda “come si gira un cadavere?”… girare un cadavere… girare un oggetto pesante… finalmente il suo cervello iniziava a funzionare, e come per tutte le cose la risposta è sempre più vicina di quello che si pensa… prese le lenzuola, le fece passare sopra al corpo e le usò come leva, fatto! Prese il portafoglio dalla tasca destra, si sedette sul letto e lo fece scivolare tra le mani per aprirlo, fu avvolta da un meraviglioso profumo di cuoio, sembrava nuovo.

Soldi, biglietti del parcheggio, la foto di un bambino di circa 10 anni, Tamara buttava tutto sulle sue gambe, un biglietto della metropolitana, un foglietto strappato con scarabocchiate delle cifre e infine eccola, la carta d’identità!

Tutti i dati le scorsero sotto gli occhi come in un lettore digitale:

Cognome: De rosa

Nome:Andrea

Nato il 02-11-75 a Milano

Cittadinanza italiana

Residenza Milano via dei mille 14

Stato civile celibe

Professione ========

CONNOTATI E CONTRASSEGNI SALIENTI

Statura 185

Capelli neri

Occhi verdi

Segni particolari n.n.

Si alzò di scatto in una pioggia di monetine e foglietti, iniziando a camminare avanti e indietro per il bilocale.

Una miriade di domande e considerazioni si intrecciavano facendo un rumore assordante nella sua testa, “non lo conosco, non l’ho mai visto, se l’avessi visto me lo ricorderei” silenzio “la Gio sembrava conoscerlo…” pochi passi ed aveva già la cornetta del telefono tra le mani, compose il numero in automatico, per le sue dita era un gesto quotidiano… la testa era altrove.

Tuuuu – tuuuu – tuuuu… Clak! in uno scatto Tamara chiuse la telefonata, poi appoggiò lentamente la cornetta “…che cosa le dico?”

fissava il vuoto… in un lampo si era accorta che non sapeva come spiegare…”penserebbe che sono completamente uscita di testa… io non sono matta…”

Seduta sul puff completamente assente fissava il mobiletto di legno intarsiato con figure africane, finché qualcosa catturò la sua attenzione, si avvicinò come in trance, prese tra le mani la cornice che le avevano regalato anni fa alla laura, erano accoccolati sul divano, lei, Mimì, il suo gatto nero e Andrea… portò la foto così vicina agli occhi da non riuscire più a metterla a fuoco… era lui… allontanò la foto, ma ormai tutto attorno a lei era sfocato, le lacrime le avevano riempito gli occhi, le scivolavano sulle guance, le sentiva sul collo, era sola… la mani iniziarono a cedere, la cornice cadde a terra, si aggrappò alla giacca da uomo sull’appendiabiti, fu avvolta dal profumo di muschio bianco…

I suoi pensieri erano come tanti puntini di colori diversi su una parete immensa, così vicini e sovrapposti che sembravano un grande buco nero che l’avvolgeva… aveva bisogno dei suoi tranquillanti.

Tornò in camera appoggiandosi alle pareti, crollò a terra accanto alle valige, iniziò a svuotarle con movimenti incerti, aveva la nausea… “dove è quella maledetta bottiglietta?” aveva svuotato la prima valigia, era circondata dai vestiti, tirò a se la seconda e trovò la bottiglietta nella tasca esterna, tolse il tappo, la portò alla bocca… era vuota “cazzo!” si rimise in piedi, arrivò all’armadio e fece scorrere l’anta, buttò a terra delle camice e dei pantaloni troppo grandi per essere suoi, afferrò la boccetta di scorta, sentì il sapore amaro della medicina nella bocca, la sentiva scendere… svuotò il flaconcino, si sdraiò nel letto, tirò a se le coperte, abbracciò Andrea e chiuse gli occhi.

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